SIMONE RUBINO INTERVISTA

SIMONE RUBINO INTERVISTA
SIMONE RUBINO INTERVISTA Simone buongiorno, come va? Mi permette che le porga alcune domande in previsione del suo concerto allo Stresa Festival? Le anticipo che avevo avuto il piacere di ascoltarla in un concerto per Viotti Festival e di lei avevo scritto : “ottimo anchor man intrattiene il pubblico instradandolo verso la musica che andrà ad eseguire attraverso profonde riflessioni o pratiche considerazioni.” Come nasce tutto questo?” tutto nasce dalla curiosità e dalla volontà di integrare diverse discipline? I suoi concerti sono un unicum per originalità, ricercatezza e fantasia, come è arrivato a questo punto ??? Credo molto nell’interdisciplinariertà e credo che alla base di ogni di ogni disciplina ci sia un punto in comune…la base è l’obiettivo della profondità, ovvero scavare fino alle radici: le radici dell’albero ovvero la vita, molto complessa da comprendere. Alla base delle varie discipline c’è una connessione e sono da sempre affascinato da questo e dalla spasmodica ricerca nell’individuare un punto di unione nelle varie discipline. Lei ha raccontato che ritiene che la voce umana, nella lingua italiana, sia da considerarsi in una orizzontale fluttuazione grazie anche alle vocali che legano le ben più dure consonanti; le percussioni essendo invece colpi che percuotono superfici varie sono da considerarsi verticali; La marimba, pur essendo a percussioni ha risonanze particolari… che orientamento ha? La lingua italiana è legata tra vocali e consonanti e la marimba pur essendo a percussioni è un idiofono quindi ha un suono determinato e risonanze lunghe. Nella fortuna che abbiamo noi nella lingua italiana parlata è che si tratta di una lingua melodica….non a caso il Belcanto nasce in italia. Nella nostra lingua abbiamo la prevalenza di molte vocali a differenza della lingua tedesca che ha molte consonanti nella stessa parola; le consonanti sono quello che danno struttura alla frase, ma ovviamente tolgono la parte melodica della lingua parlata. Le vocali, quando noi parliamo e le pronunciamo, tocchiamo le corde vocali e con il canto, quando si pronuncia una qualsiasi vocale si mettono in vibrazione le corde vocali, mentre le consonanti non si toccano quasi per nulla…(ad esclusione della consonanti deboli),creando così la dimensione ritmica delle vocali. La marimba come tutte le percussioni è strumento che emette uno o più suoni attraverso dei colpi. Il colpo è di per se la dimensione della lingua parlata….e quindi si arriva a fraseggiare con le sole consonanti, cosa molto difficile e nella marimba la cosa più difficile ancora che nel pianoforte, è il legato. Le note per poter essere legate hanno bisogno della stessa vocale e quindi tutto risulta più spezzato. Attraverso l’intelletto si può sincronizzare la percezione dell’orecchio e creare un crescendo di legare più note, si cambia la percezione dell’orecchio, manipolando l’attacco della consonante.   Credo che lei possa essere definito un musicista audace, che non teme l’innovazione o la sperimentazione pur di creare suoni affascinanti: da dove viene questa forte ispirazione? Non so da dove venga l’ispirazione, ma forse il tutto è determinato dal carattere e dalla voglia di continuare ad imparare e ricercare attraverso la sperimentazione, cercare continuamente nuovi suoni….   Per concludere con ironia, seppur rimanendo nel mondo della ‘bellezza’ lei preferisce i colori pastello o i colori shocking? Colori pastello probabilmente, anche se ho un certo fascino per il bianco e nero…mi piace molto pensare alla musica soprattutto tra gli opposti! Grazie per il tempo che ha dedicato a questo incontro ed arrivederci all’Isola Bella di Stresa il 28 agosto per ascoltare musica barocca nella sua proposta su...

Intervista a GIANMARIA ALIVERTA

Intervista a GIANMARIA ALIVERTA
Buongiorno maestro Aliverta, come sta? Molto molto bene grazie, è un bel periodo, sto facendo moltissime cose sia a livello professionale che personale che mi soddisfano molto. Sto tentato di fare solo quello che mi piace e mi dà stimoli, quindi posso dire di essere fortunato e felice Mi permette alcune domande: Dalle colline dell‘Alto Vergante a “VoceAllOpera” il passo è stato breve? Insomma era un sogno cullato nel tempo e finalmente realizzato? VoceAllOpera non è solo un progetto, è una visione nata oltre quindici anni fa. L’ho pensata, creata, forgiata con l’idea precisa di costruire una realtà diversa nel panorama lirico italiano: un luogo d’incontro autentico tra talento, dedizione e umanità. Guardando oggi al percorso compiuto, non posso che riconoscere quanto quella visione iniziale sia stata fertile. È stata una palestra formativa non solo per me, ma per decine di giovani artisti che, grazie a questo spazio, hanno spiccato il volo: penso ai debutti importanti, ai podi internazionali, ai teatri prestigiosi come la Scala, il Teatro Real di Madrid, la Fenice, ma anche al primo esperimento lirico ad Antigua, alle tournée in Cina, Giappone, e perfino agli Oscar della Lirica a Londra.   VoceAllOpera è diventata oggi un punto di riferimento per la ricerca di nuovi talenti e, soprattutto, porta il mio “sigillo”: un modo di fare arte non autoreferenziale, capace di coniugare professionalità e calore umano. La parola che più spesso mi viene restituita da chi vi ha partecipato è “famiglia”. E non una famiglia idealizzata o retorica, ma una famiglia vera, fatta di serietà, rigore, condivisione, ascolto e crescita. Per me fare opera significa partire dall’aspetto umano: conoscersi, capirsi, accogliere le fragilità, esaltare i punti di forza, e da lì crescere, evolversi, diventare ciò che si vuole essere.   Non credo che si possa parlare di un traguardo raggiunto, perché Voce  All’Opera è in continuo movimento. È una realtà che cambia pelle, che ascolta i segni del tempo e si adatta, con la stessa energia di chi sa che l’arte, per essere viva, deve sempre rinnovarsi. E di questo, sì, posso dire di essere profondamente fiero.   La sua scelta di luoghi inusuali e regie non sfarzose, ma concettuali e innovative hanno segnato il suo percorso da regista; come è nata questa idea e passione per la divulgazione dell’opera lirica?   Per me l’opera è vita. Non esiste giorno in cui io non canti, non ascolti o non legga qualcosa che abbia a che fare con il teatro musicale. È una passione viscerale, che sento il dovere – oltre che il piacere – di condividere con chiunque incontri. Quando scopro qualcosa di bello, sento l’urgenza di farlo conoscere a tutti.   Con VoceallOpera ho voluto fare proprio questo: rendere l’opera accessibile, senza mai svilirla. L’opera, per natura, è una macchina imponente: teatri, maestranze, orchestre, costumi, scenografie… Ma io ho voluto distillarne l’essenza. Ho voluto evitare quegli allestimenti goffi e dilettanteschi che, pur con grandi numeri, finiscono spesso per sfiorare il ridicolo. Al contrario, ho puntato su pochi elementi, scelti con cura: artisti giovani, motivati, con una reale possibilità di emergere.   Credo nella formazione e nella costruzione del talento. Non mi interessa l’usato sicuro, il cantante che arriva il pomeriggio per cantare la sera. Voglio lavorare con chi ha ancora fame, con chi è disposto a mettersi in discussione. Con loro costruiamo spettacoli in cui ogni scelta è pensata, in cui ogni gesto ha un senso. Privando l’opera del superfluo, emerge l’essenziale: la parola, la musica, l’interpretazione. E quando...

SIMONE LOCARNI, UN IRIDISCENTE RIFLESSO MUSICALE

SIMONE LOCARNI, UN IRIDISCENTE RIFLESSO MUSICALE
Maestro Locarni buongiorno, come sta? Mi permette alcune domande sul suo coinvolgimento allo Stresa Festival, con il Trittico da lei pensato e che culmina con “Suite for a Lake”? Se ho ben inteso dalla presentazione che ha fatto diciamo che il lago, l’acqua hanno sensibilmente influenzato la sua vena artistica. Buongiorno Renzo, felice di risentirci! Sì senz’altro, il lago e l’acqua sono parte integranti della mia vita ancor prima che della mia musica, sono nato e cresciuto a Mergozzo a pochi passi dal lago omonimo e per me è sempre stato uno specchio, uno spazio che non significa soltanto estate o vacanze ma uno spazio vero, concreto, che è parte della vita di tutti i giorni per tutto l’anno. Per me è stato quindi naturale pensare questa mia collaborazione con Stresa Festival in forte connessione con il lago, inteso sia come tematica che come spazio, tant’è che due dei tre concerti che mi vedranno impegnato si svolgeranno proprio sull’Isola Bella e non sulla terraferma. Il lago che ospita questo Festival importante, intendo che lo vive come ponte di comunicazione, dialogo, incontro e scambio… Per me il lago è sempre stato uno spazio di frontiera e non di confine, una sorta di elemento “terzo” che è lì per unire e non per dividere: proprio per questo in Suite for a Lake ho voluto dare una visione totalizzante del lago, in cui trova spazio non soltanto la sponda piemontese ma anche quella lombarda e persino le montagne, spesso viste come opposte al lago e che io ho sempre visto invece come fortemente complementari. I concerti sull’isola con Girotto e Galliano vogliono per l’appunto sottolineare i concetti di incontro e di scambio, in entrambi i casi uno scambio tra culture, età e influenze diverse ma che insieme possono dare vita a qualcosa di davvero affascinante e inedito. Dal Conservatorio G. Verdi di Milano con ‘pianoforte classico’ al jazz: è stato amore a prima vista o le emozioni hanno gradualmente creato l’innamoramento? Il percorso classico e quello jazz per me in realtà sono sempre stati complementari dai 13 anni in avanti, quando ho iniziato parallelamente al conservatorio a studiare jazz prima con Lorenzo Erra e poi con Ramberto Ciammarughi. L’innamoramento è stato senz’altro graduale ed è stato indirizzato più verso l’improvvisazione che per una forma di jazz in particolare, nel senso che gli amori veri e propri – come quelli per Paul Bley o per Keith Jarrett – sono arrivati più con l’adolescenza, prima ricordo solo una fascinazione totale verso l’improvvisazione in sé, verso l’idea che la musica potesse manifestarsi non solo necessariamente solo dentro il pentagramma e nei libri ma anche al di fuori, in uno spazio libero. Per chiudere in allegria e pensando ai progetti futuri, magari già in cantiere, nelle prossime composizioni ci sarà più “dolce o più salato”, oppure…. In questo momento della mia carriera mi sento decisamente in un periodo d’acqua “dolce”, ricco di sperimentazioni e di colori a me nuovi come infatti questa Suite, che attinge quasi più dal linguaggio e dalla composizione classica che da quella jazzistica. Nel futuro c’è sicuramente la volontà di portare avanti questo progetto dal vivo e chissà magari anche in studio, mentre nel futuro più prossimo è in uscita nella prossima primavera un disco in duo con il grande trombettista inglese Tom Arthurs, prodotto da Mario Caccia per Abeat Records. Per il resto, sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuova musica! Grazie per il tempo concesso con un arrivederci...

DR.GAM  Un Artista Poliedrico con una Visione Globale

DR.GAM   Un Artista Poliedrico con una Visione Globale
dr.gam  Un Artista Poliedrico con una Visione Globale 
Nel panorama musicale Italiano e internazionale, emerge una figura singolare e poliedrica: Andrea Gamurrini meglio noto come dr.gam. dr.gam si distingue non solo per il suo talento musicale, ma anche per la sua formazione scientifica e la sua intensa attività concertistica che lo ha portato a viaggiare in tutto il mondo. Un Viaggio Musicale Globale 
Andrea ha iniziato il suo percorso musicale fin da giovanissimo, mostrando un’incredibile versatilità e una capacità unica di connettersi con diverse culture attraverso la sua musica. Il suo stile musicale è un eclettico mix di rock, pop, reggae, funk e molti altri generi, arricchito dalle influenze dei suoi viaggi e dalle diverse tradizioni musicali e culturali che ha incontrato lungo il cammino. La sua discografia è caratterizzata da canzoni in diverse lingue: Inglese, Spagnolo, Francese e Italiano. Questa poliglossia musicale non solo dimostra la sua abilità linguistica, ma anche il suo desiderio di raggiungere un pubblico internazionale e di comunicare con persone di tutto il mondo. 

Collaborazioni e Successi 
Andrea ha collaborato con numerosi artisti internazionali, arricchendo ulteriormente la sua musica con influenze diverse e ampliando il suo raggio d’azione artistico. Queste collaborazioni hanno permesso di sperimentare nuovi suoni e stili, creando brani unici e innovativi come ad esempio il singolo “Kilimangiaro” scritto in Italiano, o la struggente “la Mer” in Francese, fino a “dr.gam is in da house” primo singolo in Inglese dell’album “Another Family” ristampato fisicamente in Italia, Spagna, Portogallo e USA. Le sue canzoni sono distribuite da grandi marchi come Universal e Sony Music, confermando il riconoscimento del suo talento a livello globale. Questo ha contribuito a far conoscere la sua musica a un pubblico ancora più ampio, garantendo milioni di streaming sulle principali piattaforme digitali. 
La Fusione di Musica e Scienza 
Oltre alla sua carriera musicale, Andrea ha una solida formazione in chimica e in tutto l’ambito scientifico, campi che hanno influenzato la sua visione del mondo e il suo approccio alla vita. La sua conoscenza scientifica gli ha fornito una prospettiva unica, che si riflette nelle tematiche delle sue canzoni e lo hanno portato a sviluppare una profonda consapevolezza delle problematiche ambientali e sociali, temi ricorrenti nella sua musica. Concerti e Viaggi 
Andrea ha girato il mondo, esibendosi in concerti che spaziano dai piccoli club agli eventi internazionali. I suoi viaggi non sono solo tour musicali, ma anche esperienze culturali che arricchiscono la sua visione artistica. Ogni luogo visitato, ogni cultura incontrata, si riflette nelle sue composizioni, rendendo la sua musica un vero mosaico globale. 
Un Messaggio di Speranza e Miglioramento 
Credendo fermamente nel potere della musica come strumento di cambiamento, le sue canzoni non sono solo melodie accattivanti, ma veri e propri messaggi di speranza e miglioramento. La sua musica è un veicolo che punta a sensibilizzare il pubblico a una visione positiva e proattiva del futuro, dove la scienza e la tecnologia libereranno l’uomo dallo sfruttamento e dal lavoro ad ogni costo, ridando spazio, tempo e centralità alla cura dello spirito a gettare le basi per una più profonda connessione con la natura, a creare una consapevolezza globale tesa alla salvaguardia del pianeta che ci ospita. 
L’Impatto di un Artista Completo 
Con la sua combinazione unica di cantautore, chitarrista, polistrumentista e produttore musicale, Andrea continua a ispirare persone in tutto il mondo. La sua musica è un invito a riflettere e ad agire, a migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda. dr.gam è la prova vivente che...

INTERVISTA AD ARIANNA WELLMONEY

INTERVISTA AD ARIANNA WELLMONEY
Arianna Wellmoney è un’attrice Italiana di Milano. Nel 2016 ha completato gli studi di recitazione nella prestigiosa American Academy of Dramatic Arts di New York.  Nel 2019 ha scritto e interpretato uno dei personaggi principali nello spettacolo “Extraordinary Aliens” che ha debuttato a New York e successivamente è stato presentato all’Hollywood Fringe Festival di Los Angeles.  Arianna è anche comparsa, nel ruolo di “Melissa”, nella serie tv “La Santera” la quale uscirà nel 2020. Altri progetti recenti includono: “3018” (programma di Snapchat), “Enoptromancy” (spettacolo Off Broadway), Immigrants Eat It (web serie di YouTube) e “True Drama” (lungometraggio).      -Mi racconti dei tuoi inizi a Milano? Ho girato il mio primo film, “Castelli per Aria” quando avevo 10 anni: era un progetto per la scuola, organizzato da professori e da qualche professionista del mestiere. È stata la mia prima vera esperienza davanti alla cinepresa. Fare quel breve film e partecipare alle piccole recite era sempre una delle cose che mi piaceva di più fare a scuola. Alle superiori ho cominciato a fare video e sketch di momenti di vita scolastica, uno dei quali fu filmato con il resto della classe e presentato all’Università Bicocca per un concorso sul ruolo della donna nel mondo del lavoro. Durante il mio ultimo anno delle superiori partecipai ad un corso di recitazione cinematografica alla scuola “Campo Teatrale”, dove presentammo uno spettacolo a fine anno. -Cosa ti ha spinto a volare in America? Fin da piccola mi resi conto del talento degli attori statunitensi e della alta qualità di film e telefilm americani. Sembrava sempre che Hollywood producesse una sconfinata quantità di film, di tutti i generi e di tutti gli stili, con temi e toni differenti e con attori sempre più bravi. Vedevo sempre città come New York e Los Angeles sullo schermo e me ne innamorai subito, volevo fare parte anche io di qualcosa di più grande. Dopo la maturità sono stata accettata all’American Academy of Dramatic Arts (AADA) di New York e sapevo che il mio futuro da attrice sarebbe cominciato là.   -Quali città hai abitato e vissuto negli States? Abito da cinque anni a New York; prima, quando andavo all’AADA , abitavo a Manhattan dove c’erano i dormitori della scuola. Adesso invece abito nel Queens con una famiglia Ecuadoregna! – Ora vivi a  N.Y.: la senti la tua città d’adozione? New York è come una seconda casa per me. È la città dove i miei sogni si possono avverare, è un luogo pieno di ricordi del passato e di speranze per il futuro. C’è sempre qualcosa da fare, qualche nuovo cibo da provare, un evento al quale andare, nuove strade da scoprire…Non sono fatta per le piccole città quindi La Grande Mela è proprio adatta a me.  -Mi dici quali sono state le esperienze teatrali che più ti hanno divertita, appassionata e quelle che ti hanno coinvolta di più emozionalmente? Una esperienza che mi ha molto divertita è stato recitare nello spettacolo “Enoptromancy”, che ha debuttato Off Broadway al Theater 80 St Marks. Era un’opera nuova e originale del regista, Michael Seebold, che trattava di una veglia funebre. Interpretavo un personaggio comico in una situazione altroché poco allegra, quindi cercare di far ridere il pubblico e sollevare l’umore degli altri attori/personaggi era sempre un’esperienza spassosa. L’opera era poi un lungo, unico atto di un’ora e mezza e quindi non c’era spazio per errori dato che eravamo sul palco per tutta la durata dello spettacolo, senza cambi scena! Riguardo esperienze che mi...

STEFANO PODA racconta la “sua”Turandot

STEFANO PODA  racconta la “sua”Turandot
Carissimo Stefano, sono rimasto talmente affascinato dalla tua messa in scena di Turandot, qui al Teatro Regio di Torino, che spontanea sorge una domanda: So che il progetto è in toto condiviso con Gianandrea Noseda a cui tu riconosci ampio merito nelle scelte coraggiose; in attesa dell’ultimo atto,  mi i racconti del perché di alcune scelte, ad esempio la moltiplicazione di alcuni personaggi ( e rifacendomi a Guido Gozzano potrei dire che immilli i personaggi)? Grazie Stefano ed un applauso alla tua realizzazione in attesa di un tuo ritorno in Italia ed a Torino a replicare l’immaginifico concreto,  che partendo da Thais è arrivato a Turandot!   Vedi Renzo, reca da sempre grande fascino il dibattito a proposito delle ragioni che impedirono a Puccini di completare la sua ultima opera: c’è chi adduce materialmente l’inquietudine dei primi sintomi della malattia, c’è chi parte dal dato delle lettere in cui il compositore confessa i suoi dubbi drammaturgici sul duetto finale, c’è chi analizza Turandot come un’eroina non pucciniana, e quindi estranea all’ispirazione del maestro. La verità, se non un insieme delle cause di cui sopra, forse è qualcosa che arriva da più lontano: Nel 1920 Puccini aveva esperito ogni forma di successo, era invecchiato oltre i sessant’anni (ricordiamo che Rossini smise di comporre trentottenne, mentre Verdi dopo i sessant’anni non compose che due titoli), aveva assistito alla Grande Guerra, e di sicuro sentiva il peso del tempo che avanzava inesorabile contro al suo modo di fare teatro, la violenza e la modernità del mondo di fronte all’universo intimo e fragile dei suoi personaggi prediletti. Così, inspiegabilmente, si affida per la prima volta (ed ultima, inconsapevolmente) ad un libretto fiabesco, ad uno sfondo fantastico, mentre ogni vicenda da lui musicata era stata concreta, vivida, riconoscibile, popolata di figure che modellano perfettamente sentimenti realistici e concreti. Forse un modo per evadere, o per creare qualcosa di completamente nuovo, o per lasciarsi andare a forme musicali libere di esplorare una certa visionarietà evocativa possibile soltanto in un mondo indefinito: quello che resta ai posteri è il dato che per la sua ultima opera, Puccini ha scelto inconsapevole una forma unica nel suo repertorio; ad aumentarne ancora l’unicità, si aggiunge il fatto che ancor più inopinatamente la morte arrivò a separarlo dalla stesura del finale (ricordiamo che egli si portò le bozze in clinica a Bruxelles!). Queste singolarità intrecciate sono già sufficienti – per un progetto drammaturgico – ad imporre di alzare lo sguardo più lontano rispetto alla vicenda di Turandot: il segreto di analisi di questa partitura non è accanirsi sul cortocircuito della trama, sulla storia d’amore irrisolta ed irrisolvibile, sul contenuto psicanalitico ermetico e desideroso di rimanere tale. Ogni tentativo in tal senso risulterebbe una vana ambizione interpretativa, un’idea intelligente forse ma facilmente rimpiazzabile da altre. No: la vera operazione che può ridonare alla Turandot pucciniana l’immenso valore che essa contiene, è finalmente considerarla come l’opera finale non solo della vita del maestro, non solo il corpo di un finale mozzo, ma come ultimo episodio della grande epopea dell’Opera italiana, cominciata quattro secoli prima con la Camerata de’ Bardi. È così semplice da sembrare ardito scriverlo: Turandot è l’ultimo vero, grande melodramma italiano – almeno nelle forme nate nei secoli addietro e consacrate dal nostro ‘800. Dopo Turandot si continuerà a comporre immensamente, certo, ma in tutt’altra vena: anzi, soprattutto, si continuerà a riesumare ciclicamente il grande repertorio, in una perenne ed ossessiva rievocazione storica dei grandi titoli: da Mozart a Turandot,...